Lunedì è morto uno dei grandi personaggi del ‘900, il regista francese Eric Rohmer che,  insieme a Godard, Rivette, Chabrol e Truffaut, fu uno dei nomi trainanti della “Nouvelle Vague”.  Simbolo e mito di una cinemetografia ripartita fra cuore e cervello, attraverso le scene quotidiane sempre in contrasto con l’ ambiguità dei sentimenti, ma anche sempre vive nelle loro innumerevoli sorprese. Una vitalità che nasce attraverso le voci dei protagonisti incontrati dapperttutto, e a tutti, veniva data libertà di parola.   Rohmer era talmente schivo fino a diffondersi la voce che non esistesse; lui, padre e figlio di quel movimento francese, che non solo cambiò il modo di vedere il cinema dal suo interno, ma fu anche il ritratto di una generazione nuova, nel suo ruolo e nei ruoli che voleva cambiare.  Rohmer il cinema l’ ha sempre fatto a modo suo, senza imposizioni, sempre dalla parte dei suoi personaggi, travolti spesso dall’ eventualità del caso e dalle improvvisazioni della vita. Lui non guidava le sue storie, si lasciava guidare, come un jazzista che parte dal tema centrale, e poi costruisce una melodia con il suo istinto, con la sua poesia,  con  la sua professionalità.  Non citeremo i suoi innumerevoli capolavori, ve li lasciamo gustare, godere, capire, perchè di Lui ci rimane un lezione morale, nascosta in quei piccolissimi dettagli che possono cambiare un’ intera esistenza, e che diventano racconto, romanzo, emozione divisa dalla gioia e dalla tragedia, senza mai prendere posizione. Siamo noi che dovremmo riflettere di fronte al disfacimento della nostra società, più oggi che allora. La sua è una lezione che non può essere dimenticata, e come tale va ricordata ogni giorno, come le sue parole…

                                     ” Il cinema è la summa di tutte le arti”

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