In quest’anno particolare, con le ferie fatta a spezzoni, ne ho approfittato girando per mostre ed esposizioni, e oltre a quella di Bill Viola a Varese, volevo segnalarvi quella del pittore cinese Fang Lijum alla GAM di Torino: splendido edificio multifunzionale per l’ arte contemporanea.
Fang Lijum è nato a Handan in Cina ne 1963,  ed è considerato a tutti gli effetti uno dei più importanti esponenti dell’ espressività artistica di questo paese. La sua pittura si inserisce nel filone chiamato “realismo cinico”: una corrente nata negli anni ’90 proprio in Cina e sviluppatasi parallela alla crescita socio-economica di questo inizio millennio. L’ idea si concentra sull’ analisi della storia politica cinese nel corso del ‘900, come se la Rivoluzione Culturale diventasse lo sdegno di un’ utopia fallita fino alle conseguenze dell’ attuale boom economico. Lo strascico di tale evoluzione viene quindi trattato con un’ ironia terribile e sarcastica al tempo stesso dove, aggressività, umorismo, illusioni oniriche e slanci creativi, convivono con una poesia dell’ insieme che travolge lo spettatore creando un impatto notevole. Non è un caso che le dimensioni dei quadri sono davvero imponenti, perché vanno dai 4 metri di altezza fino ai 17 metri di lunghezza di alcune opere, offrendo a chi guarda uno spettacolo davvero grandioso, perché ci si sente calati nelle dimensioni immense di questa grande nazione, rimanendo esterrefatti.

Considerando che questa è la prima ed esauriente esposizione di Fang Lijum in Italia, valeva la pena andarla a vedere, anche perché il curatore (Danilo Eccher) non ha fatto solamente un lavoro di marketing, ma si è dimostrato un autentico professionista, allestendo un percorso con un interesse accattivante e cronologicamente sensato, dove l’ opera dell’ artista cinese si gusta in tutti i suoi lati immaginifici e ironicamente “deliranti”; anche se per delirio intendo non la pazzia ma, le visioni che spaziano da una realtà complessa, alla deformazione quotidiana dei sogni di ognuno dei suoi protagonisti, anche quando i protagonisti sono la collettività intera di un Paese.
Nelle prime sale sono esposte le opere dove immensi sciami di insetti mischiati a uccelli e neonati e topi, formano dei vortici apocalittici, oscurando cieli e città,  continuando lo spirito che non riesce a coniugare natura con evoluzione tecnica. Poi ci si ritrova immersi nella sala “dei morti” dove queste grandi tele lasciano capire che lo strazio per piazza Tian’anmen non si può dimenticare, proprio perché chi crede nelle idee giuste deve essere sempre ricordato, come la strage della settimana di sangue a Parigi nel 1871 (ormai caduta nell’oblio). Infatti le controversie della nuova società economica emergono con immagini di persone seppellite dall’oro, ma riprodotte con un pianto a metà fra la disperazione e la gioia; come se dei novelli Paperon’ de Pareroni non sapessero cosa farsene di tutti questi soldi, o della loro vita.
E allora si continua con i dipinti dove vengono riprodotti i volti della gente come territorio del nostro pianeta, e poi allegorie di personaggi in uno scontro totale fra la terra e il cielo dove angeli rossi e topi neri si dividono le scorie delle nostre sciagure. E poi ancora bambini che piangono circondati dai soliti insetti e i genitori che ridono sotto le acque di un apparente benessere,  mentre l’umanità intera rimane inconsapevole di quello che l’ aspetta. Il crinale del baratro è proprio sotto di noi, basta una piccola spinta, un tocco leggero per farci precipitare, di sotto e “di sopra”, con risate e lacrime.
Le ultime sale sono un turbinio d’acqua, vortici immensi dove tutto viene deformato e capovolto. Tele enormi e grandiose che fanno da contraltare ad un’umanità troppo occupata a difendere la sua ipocrisia, mentre il bastimento che dovrebbe portarla verso le soglie del futuro, non si preoccupa delle altissime onde di una tempesta che la circonda. E allora mentre si cerca di fuggire dentro i propri sogni, nessuno si accorge che il precipizio è proprio sopra le nuvole.

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