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La “non-recensione” di questo album prevalentemente ambient, andrebbe letta con il sottofondo dello stesso, giusto per amalgamarsi con tutte le mie elucubrazioni fra musica ed ecologia, fra espressioni sintetizzate e un’attualità incombente, perché in queste note siamo tutti coinvolti, proprio per esorcizzare un futuro che ci sta venendo addosso.
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In realtà Koenraad Ecker e Frederik Meulyzer, già resesi protagonisti di progetti analoghi fra sperimentazione impro-jazz e avanguardia, legata a svariati spettacoli, eseguono da anni un lavoro di ricerca musicale particolare, il quale scava nel fondo di un’anima lacerata dalla modernità, la quale sta accerchiando la vita del nostro pianeta.

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Nato come supporto di una performance di danza intitolato “Frozen-Song” del collettivo “Zero Visibility” (presentato anche all’Equilibrio Festival di Roma), questo progetto è poi andato oltre la sua origine per estendere il suo messaggio simbolico. Non è casuale che sulla copertina dell’album giganteggia lo “Svalbard Global Seed Vault“, il famoso bunker costruito nell’arcipelago delle Svalbard fra la Norvegia e l’Artico, precisamente nell’isola di Spitsbergen, dove vengono custoditi tutti i semi dei vegetali dell’umanità. Una costruzione che si estende per 80 metri nel sottosuolo del permafrost, in cui la temperatura costantemente sotto lo zero è (o dovremmo dire “era”) il terreno ideale per conservare qualsiasi meraviglia.
In queste latitudini seppellire una persona vuol dire conservarla per l’eternità, proprio perché la decomposizione è quasi impossibile a queste temperature, anche se, ultimamente, con il riscaldamento globale, la situazione sta radicalmente cambiando mutando tutto l’ecosistema.

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Sostanzialmente questo manufatto raffigura nella sua forma emergente un vero e proprio monolite, non tanto per richiamare alla mente quello celeberrimo di “2001 Odissea nello Spazio”, ma per assumersi la responsabilità di racchiudere un tesoro dalla ricchezza inimmaginabile. I suoi ideatori seppero concepire quella che potremmo chiamare senza sorridere “la vera banca del seme”, in cui, nel caso di una crisi ecologica su larga scala, niente poteva essere irrimediabilmente perduto, perché un eventuale futuro era conservato sotto zero, pronto per la rinascita. Ecco che gli attuali cambiamenti climatici si misurano proprio con la perdita della nostra identità, continuamente minacciata dalla nostra ignoranza e continuamente messa in pericolo da un modo di agire indiscriminato.

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Gli esperti hanno sentenziato che negli ultimi 170 anni abbiamo perso il 90 % della nostra biodiversità, proprio attraverso i processi industriali aggressivi che abbiamo alimentato. Anche da queste parti se ne vedono le conseguenze, trasformando una valle innevata dal fascino particolare, in una landa desolata dal paesaggio sinistro. Il paradosso viene narrato dalle musiche di questi due professionisti, i quali, dopo una performance intitolata “Wasteland” e realizzata in una chiesa sconsacrata ad Anversa, hanno poi continuato a sperimentare con un lavoro denominato “Kalkar”, effettuato nella torre di raffreddamento di una centrale elettrica tedesca abbandonata.
Questo “Carbon” è la logica conseguenza di un processo di ricerca sempre effettuato sul campo con registrazioni ambientali, per poi amalgamare strumenti improvvisati insieme a sonorità elettroacustiche di laboratorio.

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Sostanzialmente dovremmo immergerci sentendoci circondati dentro a questa natura difficile e selvaggia, coniugando le nostre sensazioni con l’espressività di questa musica, la quale si adatta magnificamente all’ambiente che vuole concepire. Chiaramente i due artisti tedeschi vogliono andare al di là della pura figurazione simbolica, ma cercano di esprimere un sentimento di frustrazione verso tutto e tutti, come se questa costruzione si ergesse proprio dal punto più alto del pianeta, per indicare al resto dei suoi abitanti quello che sta succedendo. Ne consegue una metamorfosi in continua evoluzione, nonostante l’apparente staticità del paesaggio, giusto per alternare bellezza a desolazione, quiete a violenza. Gli stati d’animo subiscono scossoni contrastanti come se il freddo stesso comprimesse ogni forma di energia.

Link traccia d’ascolto

La strumentazione sembra proprio incunearsi fra quel respiro della Terra che trasporta suggestioni infinite a un senso opprimente generato dall’ignoto, come, se trovarsi sperduti in questo deserto di ghiaccio, fosse non solo un’esperienza drammatica, ma la consapevolezza di assaporare il respiro dell’universo, nonostante l’incombenza di questa immensità. Ecco che, se dei passi sulla neve, si trasformano nei suoni voluti proprio per immaginarli, accade che la volta del cielo si possa richiudere su di noi insieme all’intermittenza dei violoncelli, quasi a ricordarci non solo cosa sta per accadere, ma che le vibrazioni dei sintetizzatori sono ancora l’accentuarsi delle nostre colpe. L’ammonimento a volte è solenne, per poi farsi inglobare dal silenzio che circonda questa inattività dentro a un sonno criogenico.

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Noi siamo abituati a valorizzare queste immagini fotografiche, come delle icone strutturate in un contesto fiabesco, eppure il ritrovarsi accerchiati da questa solitudine, genera impressioni sconcertanti a seconda della situazione vissuta: ed è proprio la solitudine che emerge disperata attorno a un vuoto incommensurabile. Le poche percezioni dell’attività umana sono dei vagiti infinitesimali: piccole emissioni del vivere paragonabili ai suoni che percepisce il feto nell’utero materno. Ma se l’apparente solitudine di un embrione prima della nascita, è a tutti gli effetti una partecipazione intuitiva con il respiro esterno dei genitori, eventuali paragoni sussistono nel momento stesso in cui abbiamo bisogno di fuggire dal caos e dall’invadenza dei media. Questa però non è una percezione durevole, perché improvvisamente giungerà la paura dell’abbandono anche da chi vorrebbe isolarsi dentro una sorta di meditazione personale. E il troppo silenzio può uccidere

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La musica espande queste percezioni e deforma coloro che vorrebbero trovare un risarcimento dentro questa immobilità: ma un conto è un concetto di solitudine creato intorno a noi nell’isolamento spontaneo mentre gli echi del giorno scivolano nella nostra testa, e un conto è annullarsi dove il non udire genera un senso di terrore. Il fluire delle note, in questo caso, ce lo fa capire, ce lo evidenzia proprio per amplificare il dramma che sta vivendo l’umanità, perché mettersi a tacere cercando di ritrovare se stessi è una condizione voluta, altra cosa è sentirsi perduti in un luogo in cui anche il concetto di tempo non ha significato.
Vedete, sto continuando a ripetere delle intuizioni apparentemente identiche, perché questi ragionamenti, purtroppo, sono di una verità incredibilmente attuale e fanno parte di una quotidianità in cui ognuno di noi si isola sempre di più, credendo di essere potente digitando i tasti di uno smartphone. E’ vero che siamo in contatto con tutti, ma nello stesso tempo siamo sempre più soli.

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Noi tutti siamo affascinati da questi luoghi, ma un conto è fare un bel viaggetto per ammirare l’aurora boreale; respirare un attimo circondati dalla solitudine; allontanarci per poco tempo dalle nostre conflittualità. Ma se vi dicessero di viverci per sempre oltre il circolo polare artico, direste di sì?  La letteratura è piena di pagine intense dedicate al Grande Nord, così come altre dedicate alla solitudine, così come dalla solitudine intere frotte di scrittori hanno creato pagine memorabili, considerando lo strettissimo rapporto che uno stato di isolamento porta ad avvicinarsi ancora di più all’idea della vita con quella della morte. Ma siamo sicuri di volerlo? Paul Bowles ne “Il tè nel deserto” scriveva: “…La morte è sempre in cammino, ma il fatto che non sai quando arriverà sembra togliere importanza al fatto che la vita è limitata. È proprio quella terribile inesorabilità che noi tanto detestiamo. Ma poiché non sappiamo, finiamo per pensare alla vita come a un pozzo inesauribile…”. Ecco, può uno stato di solitudine farci immaginare quanto siamo vicini alla morte?

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Le reazioni che vogliono suscitare Ecker & Meulyzer si insinuano in un contesto personale, proprio immaginando le nostre paure di fronte a uno stato angoscioso nel rimanere da soli; ampliando poi questa sensazione nel farci immaginare una probabile idea della nostra sparizione.
Bisogna tener presente che l’evoluzione dell’uomo è nata proprio nella condivisione della realtà e nel creare un gruppo di persone che via via hanno dato origine alla civiltà, lavorando insieme e non in solitudine. Se poi degli individuo più intelligenti di altri hanno sviluppato singolarmente delle innovazioni, poi le hanno condivise con tutti, proprio pensando alla comunità in cui vivevano. Mai come oggi ci stiamo isolando mandando in crisi dei valori secolari e nel lungo periodo rischieremmo  di autoinfliggerci tutte le ferite derivate da un egoismo dilagante, in cui, anche lo stesso sistema familiare è andato in crisi.

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Tutte le foto sono prese dal web

Tutto è riproporzionabile man mano che ampliamo lo stesso concetto perché altre ferite si aggiungeranno in proporzione, basta guardarci intorno. Io però voglio pensare positivo, cercando altre speranze dentro a quella lotta per la sopravvivenza che la natura sviluppa proprio in un contesto di allarme. La storia geologica ci dice e ci racconta di altre estinzioni di massa, in cui gran parte delle specie viventi sono scomparse, ma che poi, lentamente, si sono rigenerate, anzi, sembra proprio che sia il senso del pericolo a riaggregare le persone.   “La morte è la curva della strada”  diceva Pessoa morire è solo non essere visto. / Se ascolto, sento i tuoi passi / esistere come io esisto. / La terra è fatta di cielo. / Non ha nido la menzogna. / Mai nessuno s’è smarrito. / Tutto è verità e passaggio…”

Svalbard Global Seed Vault

Quest’album non si ascolta come un disco qualunque, perché è musica appartenente più alla terra che all’uomo, e l’uomo dovrebbe assimilarne i suoni come se un lamento diventasse sinfonia, riuscendo a trasformare il dolore come una risposta alla nostra presunzione. Fra queste tracce si elevano momenti in cui le percussioni prendono il sopravvento creando immagini similari a una salita verso un ipotetico patibolo, ma noi dobbiamo trasformare questo momento come l’ultima scena di un film dove riusciamo a salvare il protagonista. Se le sementi custodite in questo bunker rappresentano la speranza e la suggestione che si può lottare contro la morte, allora, anche la finzione dell’arte può diventare concime del futuro, e il futuro difficilmente si potrà fermare. Questi due autori ce lo dicono alla loro maniera, e noi dobbiamo fare in modo che la susseguente riflessione, sia degna di quella che ho chiamato “civiltà”.

Svalbard Global Seed Vault-2

Che dire ancora, dopo questa chiacchierata ci vorrebbe qualcosa di forte; qualcosa che non solo ci riscaldi, ma che generi in noi un’essenza di gusto vicino alla speranza. E allora vado a prendere una bottiglia particolare, quel “Suntory Yamazaki Single Malt Sherry Cask”, un whiskey giapponese che vi sorprenderà. Ma se siete dei classiconi, va bene anche un torbato tipo il Lagavulin Reseve Linited Edition. Magari ce lo facciamo triplo, non si sa mai…

Salute ragazzi !

il Barman del Club

16 Comments on “ECKER & MEULYZER – Carbon

  1. Questa postazione è un mito ! Conoscevo già la storia (insieme al mega-bunker in affitto per i cretini, costruito se non ricordo male, in Finlandia dove le scorie radioattive saranno seppellite e controllate fino a quando l’uomo esisterà)

    …In quelle latitudini, probabilmente, ci sono Alieni invece che umanoidi !

    Ciao !

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  2. Un bellissimo pezzo per bellissima musica (me ne stai facendo scoprire parecchia).
    E quantomai appropriata, non solo perché ci avviciniamo (sempre che ce la facciamo davvero) all’inverno.

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  3. Bello vedere queste immagini. Per quanto riguarda i progetti dei due: mi piace la loro estetica (si può dire, no?) ma la musica per quanto piacevole non mi sembra all’altezza, quando poi inizia la parte ritmica non ne capisco il senso ma da un ascolto dal computer non è neanche giusto trarre troppe conclusioni. Tornerò a trovarti, ora devo guidare quindi non posso bere. Ciao.

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    • è incredibile a volte come siamo diversi, o come percepiamo le stesse cose in maniera diametralmente opposta. A me personalmente piace proprio la fase percussiva, ma tant’è, volevo inviarti a bere per una chiacchierata, ma vedo che sei in viaggio e allora niente, ripassa di qui quando potrai….

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  4. Non è che la parte di percussioni non mi piaccia, è che potrei vederla ovunque (in un disco prog, come come commento sonoro a scene di traffico, produzioni di serie,ecc.) ma non dove l’unica cosa in movimento è qualche goccia d’acqua dal ghiaccio sciolto. Ma ripeto, dovrei ascoltare con calma. Il vero viaggio comincia ora con una bella bottiglia di vino trentino trovato un’ora fa (pure in sconto). Salute.

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    • un vino trentino è sempre quello che ci vuole, così riusciamo a evidenziare che la parte percussiva va oltre la semplice staticità del ghiaccio, ma sull’incombenza che una successiva tragedia potrebbe cancellare o cambiare un ecosistema. Tieni presente che questo lavoro è partito come accompagnamento a uno spettacolo di danza, sono io che ci ho ricamato sopra spostando e ampliando il discorso, iniziato da loro, ma va bene anche così.

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