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Sulla piattaforma di Netflix ho visto il film (e non è un gioco di parole) “The Platform” del regista spagnolo Galdner Gaztelu-Urrutia. Titolo originale “El Hoyo” (il buco) e distribuito proprio in questi giorni da noi.
Premiato in diversi festival, è la rappresentazione dell’ingordigia umana e dell’egoismo lacerante generato dall’avidità scaturita proprio in situazioni estreme, le quali, portano e trasformano qualsiasi individuo pensante, in un animale troppo spesso vicino ai confini della follia. Personalmente credevo di avere uno stomaco forte, ma di fronte a certe scene, mi è risultato difficile concepire una brutalità tale pur essendo esasperata dalla situazione narrata. Infatti, lo consiglio solamente a coloro che non hanno problemi di visione quando ci si cala negli abissi dell’umanità, soprattutto quando esiste solo la perversione della sopravvivenza. Intendiamoci, il film ha una forza dirompente proprio per la metafora che vuole trasmettere, e vive dentro a queste contraddizioni e a queste aberrazioni, perché, specularmente rispecchia la nostra realtà, in cui, i paesi ricchi mangiano tutto quello che vogliono a discapito di quelli più poveri, ai quali non rimane niente, nonostante ce ne fosse la possibilità.

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La trama è semplice: siamo all’interno di una prigione particolare in cui quelli che sono detenuti, vivono dentro a delle stanze dislocate in verticale, con una corrispondenza di piani che sembrano infiniti. In ogni cella ci sono due condannati e al centro di essa c’è un buco enorme dove una volta al giorno passa una piattaforma stracolma di cibo con ogni ben di dio, e in cui, ognuno di loro, ha solo due minuti per poter mangiare, prima che questa passi al livello inferiore. Non si può nemmeno conservare degli eventuali avanzi, pena il congelamento. Il problema è che l’ingordigia di quelli dei piani più alti, fa si che che in quelli più bassi non arrivi niente.
Ogni detenuto passa un mese in un piano, per poi essere addormentato e risvegliato in un piano diverso, più in alto ma anche più in basso per provare l’assurdo egoismo di quelli che stanno al di sopra di lui. Ma un mese è lungo da passare e se continua a non giungere cibo, si arriva addirittura al cannibalismo.

Link trailer

 

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I detenuti hanno la possibilità di portarsi all’interno di questo penitenziario solo un oggetto personale, e se la maggior parte di loro ha scelto un coltello, una spada o una spranga, il protagonista (sempre metaforicamente) è l’unico ad aver portato un libro: in questo caso il “Don Chisciotte” di Cervantes: scelta non casuale. Costui è l’unico il quale cerca disperatamente di dare un senso a tutto questo, o perlomeno, di risolvere le giornate normalizzando l’anarchia, o di capire il nesso che circonda questo edificio assurdo. Ma la discesa verso il basso è inevitabile, simbolizzata da questi piani sprofondati dentro al buio di cui non si conosce la fine, quasi fosse una parabola verso un inferno deviato senza via d’uscita e plasmato sulle aberrazioni di una società senza speranza. Eppure, la soluzione esiste: esiste e ha un prezzo che bisogna comprendere, che bisogna cercare lottando a scapito della propria vita per lasciare qualcosa alle generazioni future, altrimenti, tutto continuerà a sprofondare negli abissi.

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Sostanzialmente il vero protagonista è proprio il cibo, il quale, nella nostra civiltà è la dimostrazione lampante fra il troppo e il niente, e di come ognuno di noi rimane completamente accecato dalla sua esigenza. Non è casuale l’immagine della “tavolata” iniziale concepita come se fosse il pranzo di un hotel a 5 stelle, e poi via via, trasformata  nella mangiatoia di un porcile, fino a diventare spazzatura, putridume, letame. Altra metafora su come trasformiamo quello che mangiamo e quello che buttiamo, fino all’inverosimile. Anzi, proprio in questi giorni costellati dal Virus abbiamo assistito all’assalto dei supermercati per l’accaparramento delle scorte alimentari. E proprio su questo tema mi sono posto una domanda: se all’improvviso per qualche ragione venisse a mancare questa distribuzione necessaria, come reagiremmo.? Inizieremo a uscire con il fucile a cacciare impazziti dalla fame scannando i nostri vicini di casa o riusciremo a coalizzarci in gruppo cercando di risolvere il problema con mezzi alternativi?

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Difficile rispondere, perché l’esagerazione di questo film, collocato dentro una claustrofobia opprimente e devastante, in cui la luce del sole non esiste per niente, a parte dei neon ancora più spettrali degli attori stessi, sembra non lasciare scampo. Perché è sempre così, si parte con quella spavalderia ingenua credendo di salvare il mondo, e poi si finisce nel combattere contro i mulini a vento.
Che vi devo dire, preparatevi un bel whiskey doppio prima di questa visione, perché seduti comodamente in poltrona, avrete bisogno proprio di qualcosa di forte piuttosto che qualcosa di gustoso.

Parola di Barman…..

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Per concludere, permettetemi una deviazione facendo una segnalazione sul cinema spagnolo, perché in questi ultimi anni lo ritengo assolutamente fantastico. Sono ormai  trent’anni che sforna dei capolavori straordinari, raggiungendo spessori di originalità e poesia che hanno pochi eguali nel mondo. Ne ho scelti 6, anche se bisognerebbe farne una lista infinita.
“Volver” di Pedro Almodòvar (2006): al di là di una Penelope Cruz straordinaria e di una bellezza sconvolgente, si rappresenta con ironia e tragedia, una storia normale e surreale nello stesso tempo, attraverso una sceneggiatura magistrale, in cui, passato e presente si fondono per generare le sorprese e i misteri che circondano la vita di un gruppo di persone. Capolavoro !
“Intacto” di Juan Carlos Frersnadillo (2001): originalissimo e divertente, racconta una gara di chi si crede “rispettato dalla sorte” per diventare l’uomo più fortunato del mondo, e dove non mancheranno le sorprese, anche in questo caso, fra tragedia e sorriso.
“Il Contrattempo” di Oriol Paulo (2017):  è un noir fantastico costruito sopra una trama fitta di colpi di scena, in cui, l’inaspettata costruzione della storia, viaggia attraverso una sceneggiatura talmente particolare da lasciare stupiti !

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“La Isla Minima” di Alberto Rodriguez (2014): è un altro noir eccezionale, in cui, attraverso una storia che ricorda “True Detective”, si muovono le indagini dei due protagonisti, subito dopo la fine della Spagna franchista, e in cui, la vecchia concezione fascista di quello più anziano si scontrerà con la vitalità progressista di quello più giovane.
“Mare Dentro” di Alejandro Amenàbar (2004): è una stupenda parabola sulla vita e sulla morte, dove le tematiche dell’eutanasia sono descritte con una poetica che fanno venire i brividi per la felicità che esprime, nonostante la tematica difficile.
“Storie pazzesche” di Damiàn Saifròn (2014): anche se argentino e co-prodotto dai fratelli Almodòvar, è un insieme di storie autoconclusive che sfiorano l’assurdo ricollegandosi al titolo stesso, le quali fanno divertire a denti stetti, costringendovi passare un’ora e mezza di risate intelligenti, per non dire: pazzesche !

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Va bene, qualcosa da vedere ve l’ho segnalata, dalla fanta-sociologia alla quotidianità che ci perseguita, perché in fondo, ma proprio in fondo, il bicchiere non deve mai rimanere a metà: va scolato tutto…
Salute ragazzi !

il Barman del Club

37 Comments on “THE PLATFORM – di Galder Gaztelu-Urrutia

  1. Film visto al TFF… Piaciuto moltissimo scenografia geniale diciamo che qualche svarione nella seconda parte c’è ma gran film. Nella conferenza stampa il regista raccontò che il banchetto era tutto vero e pensato per nutrire la quantità di prigionieri della torre.

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    • Si… “Storie pazzesche” mi ha fatto divertire da matti, perché gli spagnoli hanno quel senso dell’ironia che ti sconvolge per come riescono a porgere tutte le sfaccettature di una storia. Su questa prospettiva anche il film “El Bar” mi colpì quando lo vidi, anche dopo si trascina un po’ troppo nell’assurdo.
      “The Platform” è particolare e nello stesso tempo devastante per come ti turba, eppure, si nasconde un’ironia lacerante che ti spiazza ancora di più della tragedia stessa.

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      • Banalmente, forse scioccamente, mi ha stupito la questione “due minuti”. Due minuti per mangiare, persino il poco che rimane se rimane, mi sembrano troppo pochi. Eppure so che usati nel modo giusto diventano lunghi. Certo, poi in una situazione simile si bada alla quantità di cibo introiettato, non alla qualità del modo.
        Anche questa minuzia, il fatto che la mia mente si stupisca di questo più che inorridire per il resto, qualcosa vorrà dire.

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  2. Mi piace molto leggere le tue recensioni, grazie!

    ps mi chiedevo se tra i film spagnoli ti ricordassi “Apri gli occhi” (1997) di Amenábar, all’epoca mi colpì, mentre il remake americano “Vanilla Sky” non mi trasmise la stessa inquietudine, come spesso accade con i prodotti mainstream, anche lì l’allora giovane Penelope Cruz, su entrambe le versioni, accanto a Tom Cruise e Cameron Diaz nel remake

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    • Si l’ho visto e lo considero un film splendido, infatti sono stato un po’ precipitoso nello scegliere questi 6 film perché in realtà ce ne sarebbero altrettanti da segnalare. Personalmente preferisco l’originale, anche perché i remake americani hanno sempre quel difetto di spegnere la poetica straordinaria trasmessa dalla pellicola iniziale, e cercare di riprodurla in un ambiente statunitense, lo appiattisce e lo normalizza. Sono comunque delle mie impressioni, anche se Vanilla Sky si lascia guardare, ma non si eleva alla grandezza che si vive nel (o nei) film spagnolo proprio perché manca la percezione dell’ironia tipicamente latina.
      Se poi ti piacciono le mie recensioni, non posso che ringraziarti…

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  3. Appuntino: ‘…Penelope Cruz che è di una bellezza sconvolgente…’ !
    Poichè sono letteralmente innamorato di Penelope col benestare della moglie ( 🙂 ) in quanto ha un fascino che ben poche altre protagoniste dello schermo hanno ! Penelope non è una bellezza stratosferica ma è una donna veramente donna nell’essenza !
    Per me, il suo fascino, è inarrivabile !
    Detto questo, condivido quanto dici sul cinema spagnolo. Molti li ho visti anche io e concordo sul tuo giudizio e avevo sentito dire di questo ‘buco’ ma quando ho saputo che c’è lo zampino di Netflix l’ho subito cancellato dalla testa.
    Ho visto un paio di cose distribuite o fatte, insomma con l’apporto di Netflix e ho giurato che piuttosto mi faccio monaco !
    Sono un tipo strano e probabilmente questo ‘buco’ anche se c’è Netflix di mezzo è da guardare ma sinceramente preferisco evitare un’altra delusione.

    Il Cinema deve essere fatto come i vecchi tempi ! … Non come una fotocopiatrice a basso costo !

    Sempre bello il tuo Bar !
    A presto !

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    • Rispetto la tua decisione, ma anche su Netflix bisogna saper cercare, perché qualcosa di buono si riesce a trovare. Per esempio, serie come “The Sinner”, “Profumo”, “Bodyguard” e altre sono fatte bene, poi è chiaro, la bellezza di un film si può anche misurare dai suoi costi, ma io penso che se c’è sceneggiatura convincente, il fascino della storia rimane intatto. Ci sono tantissimi film costruiti solo sugli effetti speciali, ma che alla fine ti lasciano poco. Come sempre la verità sta nel mezzo… Anche questo “The Platform” per esempio è costato pochissimo, perché girato sempre in una stanza, con pochi attori e scarsa illuminazione, ma il suo impatto ti colpisce lo stesso.
      Per Penelope lo abbiamo sottolineato, assolutamente fantastica: bella e brava !
      Sempre per servirti…

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  4. L’ho visto ieri sera e non so dire se mi è piaciuto, al di là delle metafore ben rappresentate. Dopo il tuo post l’ho apprezzato di più.
    Prendo nota degli altri film. Storie pazzesche l’ho visto, geniale!

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    • Vero, dentro di noi esistono quelle due parti: una animale e una umana, in cui ogni tanto prevale l’una sull’altra. Mi è piaciuto molto il tuo post sugli “alieni del futuro”, perché in fondo è proprio così, anzi prova a guardare se i miei commenti sul tuo blog non siano finiti in spam, perché non riesco a postarli. Mi piace il tuo modo d’interpretare la realtà o l’immagine di quella che chiamiamo realtà.
      Il film comunque è terribile e nello stesso tempo reale, perché in un mondo dove c’è gente che ha troppo, e dall’altra parte (o in basso) altri che non hanno niente, dimostra che il primo istinto ha sempre il sopravvento.

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