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Io l’ho sempre detto: dopo i sessant’anni inizia una terza giovinezza. Per quelli che ci vogliono credere naturalmente. Perché se la riformata band di Steve Wynn riesce a produrre in tre anni o quasi, tre album di notevole fattura, dopo quella che fu considerata una semplice reunion per festeggiare il trentennale della loro carriera artistica, allora potremmo aggiungere che i nostri sindacalisti hanno ancora tanta voglia di lottare, e soprattutto, di suonare. Non è casuale che questo “The Universe Inside” dimostra ancora una volta che la classe emerge solamente dove il terreno fertile della passione è qualcosa di innato, o qualcosa di travolgente, dipende sempre da che lato si quadra un’opera nella sua evoluzione e nella sua dinamica. In fondo, se l’universo è tutto dentro di noi, la sua incommensurabilità bisogna ammirarla, sviscerandola come una continua genesi.

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Ormai questi “ragazzi” non ci stupiscono più, per la loro propensione a non guardarsi troppo indietro. D’altronde fu proprio Steve a dire che, quando iniziarono a esibirsi allora ventenni, la loro musica era una forma di ribellione contro i quarantenni che facevano ancora i rockettari, per poi, raggiunti loro stessi quell’età, rendersi conto che il rock, lo facevano ancora i sessantenni. Come a dire, proseguendo, ora che anche loro hanno sessant’anni, saranno sempre sull’onda fino agli ottanta, perché si è sempre giovani dentro, come quell’universo tanto decantato. La riflessione di questo leader, dimostra come cambiano gli approcci quando si pensa di fare una rivoluzione, mentre tutti a gli effetti si esegue un’espressività fantastica per la nostra vita, e per tutta la vita sarà tale come l’eternità.

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Questo “The Universe Inside” è sostanzialmente una lunghissima visione, in cui la struttura psichedelica diventa una multiforme sovrapposizione di suoni e di sogni. Nonostante somigli ad una improvvisazione generata da un trip continuo e reiterato, che non ha nulla a che vedere con i cavalli di battaglia  del passato, in realtà si dispiega dentro a quella formula già collaudata con il pezzo omonimo nel disco del 2017: “How Did I Find Myself Here?“, e che in questo album si lascia andare ancora di più raggiungendo elaborazioni notevoli per avventurarsi dove tutto è possibile.

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L’album si apre con “The Regulator“, una suite di 20 minuti dove l’improvvisazione jazzistica si fonde con la professionalità dei nostri eroi, sopra continue stratificazioni sonore fuse e rifuse intorno a una melodia vagamente leggera, in cui, tutti gli strumenti fraseggiano senza emergere. S’insinua anche la voce amalgamandosi con il resto della band, giusto per sottolineare l’eterea visione dove perdersi quasi evaporando. “The Longing“, la seconda traccia è probabilmente quella più paisley del lotto, anche se la sua seconda parte ci trasporta nelle divagazioni ambient, con un’insistente propensione verso l’astratto. “Apropos Of Nothing“, il terzo pezzo, riprende ancora con un accenno di melodia per poi lasciarsi andare verso una controllata sperimentazione onirica, prima della cavalcata finale dove prende il sopravvento l’albero genealogico del rock.

Link traccia d’ascolto

Il quarto pezzo: “Dusting Off The Rust” con i suoi 9 minuti e oltre, rappresenta una performance dove si rigenera l’afflato della prima traccia, giusto per ritornare nell’unità di stile che si avverte fra questi solchi, ma soprattutto per ritornare dentro all’ipnosi di una psichedelia strutturata talmente alla perfezione, dove i dintorni della fusion vengono assorbiti in un abbraccio interminabile, diventando via via sempre più affascinanti, e soprattutto godevoli. Il finale spetta ai 10 minuti di “The Slowest Rendition“, in cui l’iniziale spoken word di Wynn, trasforma man mano l’imprinting jazzato nella versatile trasposizione che sfiora l’avanguardia per poi riemergere nelle bellezze del tema descritto, concepito sopra una melodia struggente e affascinante, sempre più vicina a un’ipotesi europea piuttosto che americana, almeno istintivamente.

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Insomma ci troviamo di fronte a un prodotto veramente interessante e molto bello da sentire, almeno per quelli che amano un certo tipo di fusion, per niente sperimentale, o perlomeno, dove la sperimentazione abbraccia notevolmente la meraviglia di un ascolto piacevole e disincantato. La copertina potrebbe fuorviare l’ascoltatore, perché di esotico c’è poco, se non nelle intenzioni che vengono assorbite da un’esecuzione perfetta da ogni solista dell’ensemble, di cui va citato l’apporto di Marcus Tenney al sax; di Stephen McCarthy al sitar e di Johnny Hott alle percussioni, insieme ai collaudati e fedeli compari del nostro Steve: Dennis Duck alla batteria, Mark Walton al basso, Chris Cacavas alle tastiere e Jason Victor alla chitarra. Nove persone che diventano cento per l’espressività trasmessa.

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Ci troviamo di fronte non tanto a un abbandono in cui ogni componente della band si è lasciato andare, ma ad una splendida performance dove la bravura di ognuno di loro ha dato vita a un’epica a una trasposizione vitale, vicina a certe esecuzioni della Exploding Star Orchestra, con i dovuti distinguo, chiaramente, ma simili per la perfetta libertà di parola e nello stesso tempo, uguale al “caos calmo” derivato e poi rigenerato da una continua ripetizione di gioie. Tutti sono perfetti e noi con loro.
Cosa dite: gli paghiamo da bene ? Penso che se lo siano meritato…

Salute ragazzi !

il Barman del Club

16 Comments on “THE DREAM SYNDICATE – The Universe Inside

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