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Esistono libri d’intrattenimento o di svago, così come nello stesso tempo tempo ci sono libri ritenuti necessari o importanti, proprio per un contenuto che va al di là della semplice lettura. “Il bambino dell’aceto” di Marcello Sgarbi  (Bookabook Edizioni) è uno di questi, non tanto perché analizza il delicato mondo dell’autismo, ma perché oltre a figurare la dimensione che intercorre fra un padre e una madre che debbono convivere e crescere insieme a un figlio con queste problematiche, ci pone delle riflessioni e ci fa ragionare mettendoci a confronto con il mondo della diversità, soprattutto quando nella nostra quotidianità, evitiamo quasi di proposito il contatto con difficoltà che non ci appartengono.

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Il bambino dell’aceto è Umberto, il protagonista di questo libro, o se vogliamo il coprotagonista, perché i genitori dello stesso interagiscono con la scrittura, come se la storia di questa relazione seguisse inquadrature che si spostano in base alle emozioni narrate. Sostanzialmente, fra queste pagine ripercorriamo la storia di questo ragazzo attraverso gli occhi del padre, il quale ci accompagna quasi cronologicamente nelle vicende del proprio figlio: dalla prima diagnosi di autismo, fino a tutte le vicende che via via si succederanno nella vita di un adolescente, dall’inserimento nel mondo scolastico alle prime amicizie, ai rapporti con la famiglia e con la sorella, fino al confronto con gli altri e con il mondo che lo circonda. Ed è proprio questo punto che colpisce di più.

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Sicuramente tutte le emozioni che ci vengono evidenziate dall’autore, lasciano il segno, perché vivere e crescere insieme una problematica di questo genere, per un genitore, è un insieme di sofferenze alternate da gioie particolari, propriamente legate alle plausibili difficoltà ed alle successive dinamiche di un successo anche semplice, ma importante per la crescita del ragazzo. Gli aneddoti, i particolari, le vicende, i rapporti, le emozioni e tutto il seguito d’incontri, ci vengono posti con delicatezza, quasi a non volerci disturbare più di tanto, come se il dolore e la felicità fossero descritti intorno a una sfera casalinga,  visualizzandola come un film a tinte pastellate. La costante messa in primo piano però, è il fatto che la famiglia stessa non debba diventare “autistica” a loro volta, ma che si possa aprire agli altri uscendo da un isolamento spesso autoimposto per la paura del confronto con il resto del mondo, o dell’eventuale disturbo derivato dal disagio. Poi, di fronte al racconto, ognuno di noi, deciderà come entrarci o come stare a guardare, o come riflettere per farne parte.

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Sono tanti i passaggi del libro che colpiscono, ma c’è una parte decisamente importante, proprio perché legata alle relazioni fra noi e quelle persone che riteniamo diverse, senza renderci conto che invece le migliori sono proprio loro. Come ci dice l’autore, è più comodo ignorare, piuttosto che cercare di capire, perché é di ciò che non si conosce che si ha paura, sottolineando com’è proprio l’indifferenza il male peggiore. Già… l’indifferenza; una delle tragedie che attraversano l’umanità, costringendo gli uomini a una mancanza di comunicazione talmente profonda, da radicarsi senza troppa enfasi dentro la sua cerchia con tutti i mali del mondo. Lo so che si può uscire dal tema in questione, ma il nostro modo di agire è capace di far scaturire una reazione a catena silenziosa, ancora più drammatica dell’esplosione stessa, e le conseguenze ce le abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Troppo spesso non ci si mette mai nei panni dell’altro, soprattutto quando costui ha delle problematiche rilevanti, o ragionando all’inverso: delle doti inaspettate. Per fortuna che d’altro canto esistono delle persone meravigliose, così come ci viene descritto tra queste pagine, in cui l’amore che riescono a dare riabilita lo spessore delle persone comuni, le quali, fanno del proprio lavoro, una missione degna della nostra migliore personalità. Già… se fossimo tutti così?

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Marcello Sgarbi ci regala una lezione di vita, non tanto perché valorizza il coraggio suo e della sua famiglia, ma al contrario evidenzia le sue debolezze per farle diventare un pregio: come nella domanda interiore nel chiedersi perché sia toccato a lui, rispondendo con una poesia di Emma Brombeck dalla bellezza sconvolgente, e del perché Dio sceglie delle persone speciali per dei figli speciali. La vita è anche questa, per il grande amore che dedichiamo alle persone a cui vogliamo un bene immenso.

Solitamente concludo i mie articoli con un brindisi, volevo questa volta solidarizzare con Umberto, che da piccino soleva leccare la ciottola dell’insalata per assaporare il gusto dell’aceto, e se il gusto delle nostre giornate è anche questo, allora, un po’ di acido ce lo meritiamo, solamente per il fatto che una persona speciale va al di là delle nostre più dolci intenzioni.
Alla prossima ragazzi !

il Barman del Club

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Le immagini partendo da sinistra verso destra, sono tratte dai film: “Tim, un uomo da odiare”; “Il ragazzo che sapeva volare”; “Rain Man”; “Codice Mercury”; “Buon compleanno Mr. Grape”; “Forrest Gump”; “Mi chiamo Sam”; “Crazy in love”; “Mary and Max”; “Molto forte, incredibilmente vicino”; “Pulce non c’è”; “Life, Animated”; “Il faro delle orche”; “Quanto basta”; “Tutto il mio folle amore”.
Tutti film che analizzano il complesso problema 
dell’autismo nelle sue varie forme.

il bambino dell'aceto di marcello sgarbi

2 Comments on “MARCELLO SGARBI – Il bambino dell’aceto

  1. Il mondo interiore di un bambino, ragazzo o adulto autistici è di una ricchezza stupefacente. Le emozioni che si sviluppano nella interazione sono davvero speciali; tutto sta a imparare a guardare con i loro occhi e poi ciò che si vedrà è veramente inimmaginabile e bello.
    Anche a me piace l’aceto, e dunque Cin, piccolo Umberto 🍸

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