LNZNDRF-II-cover-album

Cosa ci porta la ricerca dell’ascolto di prodotti che vogliono indagare il presente pensando al futuro? Semplice, ci fanno rimanere nel passato! Il problema principale di oggi è che nessuno pensa a creare delle soluzioni innovative (o nuove se vogliamo) perché viviamo in un tempo in cui il rischio non interessa a nessuno, o perlomeno, qualsiasi musicista che entra nel suo vortice creativo, esplora il suo animo senza porsi il problema di essere originale ma, di piacere, e per fare questo si adagia nella consuetudine del già sentito, del già sperimentato, del già assimilato. Così facendo si è sicuri di avere quello che conta oggi: essere percepiti all’istante, con la visibilità dell’immediato per avere più visualizzazioni possibili, più contatti, più followers e far parlare di sé in questa maniera. Di conseguenza la musica ne ha risentito entrando in uno stallo perenne, come se vivessimo in un territorio dove non esiste nessun tipo di evoluzione, riciclando di continuo la bellezza come l’esatta ripetizione di quella precedente senza il coraggio di rischiare, e la massa si è adeguata.

lnzndrf ii

Questo secondo album della band di Cincinnati in Ohio ne è la conferma lampante, perché se il loro materiale s’introduce in una psichedelia orecchiabile tra un post-rock con venature pop e un cosmic-sound abbastanza melodico da sembrare banale, il risultato finale soddisferà solamente un pubblico abituato alle strutture facili e alla ripetizione di stilemi ormai entrati nelle case di tutti e per questo accettati senza problemi. Tra l’altro se pensiamo che i membri del gruppo provengono dai “National” (Scott Devendorf al basso e il fratello Bryan alla batteria) e dai “Beirut” (Aaron Arntz piano e campionamenti insieme al polistrumentista Benjamin Lanz), ci accorgiamo che le tracce di questo lavoro semplicemente intitolato “II” sembrano proprio la rielaborazione delle canzoni dei gruppi sopracitati, le quali si alternano nei diversi stili tra la forma canzone e la suite strumentale, senza allontanarsi troppo da loro stessi e dall’origine che li ha visti nascere.

Link traccia d’ascolto
Link traccia d’ascolto

Il risultato è comunque piacevole se pensiamo che questi LNZNDRF sono un progetto nato 5 anni fa, probabilmente per un desiderio di lasciarsi andare liberamente fin che possibile, calcolando che i leader delle loro rispettive band: Matt Berninger dei National e Zachary Francis Condon dei Beirut, si accentravano nel progetto creativo. Infatti, una volta liberi di esprimersi sono sembrati subito convincenti, o perlomeno, hanno dato libero sfogo alle loro performance sperimentando gli echi di un kraut-rock il quale, aveva la convinzione di poter uscire da un territorio tipicamente americano andando oltre. Anche in questo caso niente di nuovo, però c’era il tentativo di fare della musica contaminata da altre espressività e dentro di essa improvvisare. Non è casuale che il loro debutto lo fecero in Germania a Colonia, proprio nella patria dei corrieri cosmici, pianificando un percorso che doveva andare verso altri universi paralleli.

link live 2016

Però come sempre succede le differenze fra espressionismo live e le dinamiche di un album differiscono proprio rimanendo più calcolati, riuscendo ad alternare il classico singolo con una sequenza di altri pezzi legati al proprio modus operandi e in alcuni casi alla mancanza di coraggio, perché se il distacco dalla band che li vedeva come comprimari doveva suggellarli come protagonisti, qualcosa di più doveva esserci, almeno come nelle potenzialità dell’esordio. Sta di fatto che tutto il lavoro è piacione quanto basta, ponendosi in una terra di mezzo in cui l’aria fritta sembra non puzzare troppo, lasciando respirare liberamente chiunque si addentri in queste stanze. La psichedelia diventa via via uno shoegaze pieno di ritmi e di riff sempre più orientati verso le carezze che agli schiaffi, ma evidentemente quello che volevano era proprio l’equilibrio e la misura precisa dell’insieme, senza nessuna forma di anarchia . 

lnzndrf-2Le foto sono prese dal web

Simon Reynolds nel suo interessantissimo “Retromania” ipotizzava che il pericolo più serio della nostra cultura musicale fosse il passato e il suo prevalente peso da cui non si riesce ad uscire, talmente è forte il suo magnetismo. Le esplosioni creative dell’arte hanno da sempre avuto periodi pieni di slanci e susseguenti omologazioni, penso alla Firenze del Rinascimento, alla Parigi degli Impressionisti, alla New York degli anni ’50 ed alle straordinarie forze creative degli anni ’60 e ’70,  irripetibili per quello che ci hanno lasciato e livello musicale. Ma se in quei periodi particolari tutto aveva in impeto rivoluzionario, ognuno di noi si è adeguato al cambiamento facendo diventare quella che una volta era la novità, forse generazionale, una forma di normalità, e che, con il passare del tempo, è diventata parte della storia di una persona, prima adolescenziale e poi adulta.
Forse sono un vecchio scoreggione, il quale ricerca insistentemente prodotti inzuppati di freschezza e di impeti veramente coinvolgenti, per poi ritrovarsi nelle solite zuppe le quali, per quanto buone, non saranno come i passatelli alla romagnola che faceva mia madre. Ecco, senza saperlo, sono ritornato anch’io nel passato, e cari miei, era buonissimo ma, per quanto cerchi di rielaborarlo (il riferimento è sempre quello dei “Passatelli”) non è mai (o non sono mai) come lì faceva lei. D’altronde la mamma è sempre la mamma. Allora, devo inventare una ricetta nuova? No… mi adatto a quello che riesco a fare e mi accontento, credendo che il sapore sia lo stesso.
Salute ragazzi !

il Barman del Club

 

24 Comments on “Lnzndrf – II – Non si esce dal passato

  1. Sono proprio di passaggio ma devo proprio dire la mia. A me sembra che non ci sia molta disposizione a esplorare il proprio animo è più che altro bisogno di mostrare i propri gusti. Mi sembra che troppo spesso in questi anni i gruppi non riescano ad andare oltre la dimensione del fan. Sembrano contenti quando dopo aver vagato in qualche caos informe s’imbattono nei familiari accordi di un vecchio hit e l’ si fermano. Al contrario dei “vecchi” che imparavano diligentemente brani altrui e li eseguivano fino trovarsi in mano qualcosa di nuovo. Ahimè, temo di essere stato sbrigativo e devo andarmene (coprifuoco) lasciando solo confusione. Alla prossima.

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  2. alla musica popolare nel XXI secolo non si chiede più di innovare, ma di replicare, il registro il metro sono quelli delle vendite e dei profitti: del prodotto, sia un disco, sia una saponetta

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    • In realtà è sempre stato così, solo che sono cambiati i sistemi di come si ascolta la musica. Abbiamo passato un periodo verso la fine del secolo scorso in cui la creatività ha creato opere fantastiche, in tutti i campi e ora imitiamo completamente tutto quello che c’è stato. Una volta insieme alla quantità cera anche la qualità, ma l’avvento della rete ha eliminato quel filtro che scremava la consuetudine e siamo inondati da tutto e dalla continua ripetizione del passato, fra prequel e sequel. Anni fa cercavamo la perfezione del suono mentre ora non interessa più a nessuno, ma è un discorso lungo che dovremo affrontare con un post inerente…

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    • Scusate se mi intrometto ma mi sembra che questo ragionamento non sia al passo coi tempi: cosa volete che vendano gruppi come questo? Ormai puoi fare canzoni dal ritornello irresistibile o tre di rumore bianco e vendi uguale -a meno che non ti usino per serie netflix/pubblicità/fatto di cronaca o costume (ma anche in questi casi più che dischi vendi click). Rimpiango ormai i tempi della musica commerciale, almeno aveva un certo potere e una certa importanza. Oggi non equivale alla saponetta ma al gadget che ti sbolognano gratis insieme alla saponetta. Alla vostra.

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    • Penso di si, perché ha dei punti interessanti e altri ovvii, ma nel contesto generale si fa leggere come un saggio di sociologia moderna ed è sempre interessante. Poi, su alcune parti si può essere d’accordo o meno, ma lascia sicuramente aperta una discussione importante sul nostro presente, e non è poca cosa, anzi…

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      • No dai barman, è proprio quando si mette a fare il sociologo “serio” che mostra tutti i limiti del suo pensiero, al punto che mi ha fatto rivalutare in negativo Post Punk in alcuni punti dove mi ero detto “boh, avrà ragione lui”. Beviamo, tanto non si guida, ah ah.

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        • Infatti il punto è questo: lascia aperta una discussione. Probabilmente la parola “sociologia” è usata in maniera scorretta, perché sostanzialmente è un giornalista musicale (usiamo questa parola), ma si legge e si fa leggere per quanto si può essere d’accordo o no. Va bene… beviamoci, almeno ci rimane quello (!)

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  3. Figurati quanto mi dispiace bere. Sono tornato a quantità alcoliche che pensavo di essermi lasciato dietro. Quanto a Reynolds è lui stesso a sostenere che nel suo lavoro c’è un discorso sociologico, quindi come tale lo valutiamo -anche perché poi a essere pignoli quanta “critica musicale” c’è davvero nelle sue schede? Per carità, sono ottime retrospettive, ricche di aneddoti, testimonianze, informazioni e comode da consultare, oltre che piacevoli da leggere e rileggere ma in fondo in fondo superficiali. Non ce ne accorgiamo perché siamo abituati così, anzi dopo le recensioni “creative” alla Bertoncelli questa è già seria analisi. Poi che anche dopo aver letto una cosa di Bertoncelli ci arrivi il succo di un disco può succedere, si chiama empirismo. E adesso torno a bere.

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    • …e mi raccomando non smettere (!!!)
      Ritornando invece sul giornalismo musicale il problema è che anche in questo ambito ci sono diverse correnti di pensiero: e qui il discorso diventa complesso. Come dev’essere un articolo che parla di un gruppo, di un autore o di una scena? Tutto dipende da dove viene scritto: in un libro, in una rivista o sui social network. Poi è anche vero che ognuno di noi si avvicina a un giornalista che sente e vive la musica come la sentiamo noi, e un po’ diventa come ci avviciniamo a un artista e perché lo amiamo. Leggere di chi scrive è come si ascolta la musica, perché anche la scrittura è un arte e come tale la si sente dentro: vedi Lester Bangs o Nick Kent tanto per citare dei nomi che sono diventati un cult, e via di questo passo… Però ho capito Reynolds non ti piace (!)

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  4. Guarda, hai così tanta ragione e sono così dispiaciuta per quello che succede alla musica, dove tutto è fermo da anni, che non sono riuscita più ad ascoltare i tuoi link. Perdonami.
    Sono una collezionista (titolo pretenzioso)di vinili e continuo a rivolgermi al passato perché difficilmente trovo dischi nuovi interessanti almeno, non dico quelli che ti creano battiti nel cuore e nella mente.
    Purtroppo tutto il mondo è ripiegato su di sé e la musica ne risente.
    Scatti di coraggio e di creatività pura non ne vedo all’orizzonte, ma sono sicura che la musica bella ritornerà.
    Grazie per il tuo bell’articolo.

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    • Anch’io sono un collezionista di vinili e avendo tanto del passato (anche se non si può avere tutto), mi rivolgo al presente cercando di scovare dei prodotti interessanti. Certo la musica non si fermerà mai, come l’espressività artistiche in genere, ma deve avvenire un’altra rivoluzione per sovvertire la monotonia di questo presente, e per rivoluzione intendo qualcosa che non possiamo ancora immaginarci, neanche con la massima fantasia, altrimenti lo avrebbero già fatto. Ma ne parlerò in un altro post… Grazie a te che vieni sempre a trovarmi (!)

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