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Un album il quale  è stato al centro dell’attenzione in questo ultimo periodo è questo “Ira” di Jacopo Incani, in arte: Iosonouncane. Volevo premettere che questo cantautore sardo, romano d’adozione, io lo conobbi già nel 2010 quando pubblicò il suo primo lavoro: “La Macarena su Roma“, dove si concentravano tutta una serie di performance che definirle canzoni sarebbe un eufemismo riduttivo, tra cui spicca quel “Corpo del reato” facilmente identificabile come un capolavoro, non tanto perché emergeva nella sua originalità, ma perché dimostrava a pieno titolo lo spessore creativo del suo autore. Susseguentemente, dopo ben cinque anni di assenza, il nostro eroe sceglieva una strada coraggiosa, strutturando un lavoro diverso, poetico, ambizioso: DIE, in cui la valenza artistica di un’idea si rielaborava per diventare un’opera a tutti gli effetti, per andare al di là della consuetudine. Probabilmente, ben conscio dei limiti della propria voce: intonata ma spesso urticante, sentì il desiderio di esprimersi facendo uscire la sua vera anima, non quella delle canzonette, intese come rapporto stretto tra cantante e fruitore, ma quelle con cui si può andare oltre, superando i limiti della normalità, anche se traboccanti di sarcasmo e ironia come il suo esordio discografico. Si aprì quindi ad una ricerca intelligente, in cui l’ecologia di fondo, faceva da scenario a un concept veramente metaforico, in cui, se in sardo o in latino Die è il giorno, in inglese vuol dire morire. Ecco che la molteplicità dell’esposizione si riempì di significati, abbracciando tutto il percorso della nostra esistenza, come se il volto della vita si mostrasse proprio nell’attimo del distacco, facendosi guardare in quell’unica volta dove l’eternità ci passava davanti. Diventava un evento rivelatore con delle suite in cui l’imput progressive si trasformavano subito nel delirio lisergico intriso di avanguardia lirica e destrutturazione musicale.

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Ma se le distanze tra La Macarena su Roma e Die sembrano eccezionalmente infinite, come se anni luce fossero passati tra un disco e l’altro, soprattutto nello stile, ecco che invece avviene il contrario con questo Ira, nonostante altri ben sei anni d’attesa, perché si evidenzia subito un collegamento magnifico nella struttura che lo contiene e nella voglia di sperimentare. Innanzitutto nella durata: ben 2 ore di musica contenute in tre vinili o 2 CD dove si estende a dismisura il pensiero dell’autore senza preoccuparsi di eventuali restrizioni commerciali. Qui si ricerca l’arte, intesa come libertà espressiva senza margini di paragone, in cui addirittura l’incomunicabilità (se pur immaginata) diventa essa stessa fruizione materica dove fluttuare per ritrovarsi, ricongiungendosi con un eventuale suono originario vissuto nella propria carne, nel proprio corpo, nella stessa psiche. Anche la lingua vive questa molteplicità, dove inglese, francese, italiano, arabo, spagnolo e altro ancora coesistono per trasfigurarsi in una dialettica universale, fondendosi nel magma di una struttura complessa, ma straordinariamente ipnotica.

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Chiaramente non è semplice sintetizzare in poche righe un lavoro così complesso, ricco di suggestioni e stratificazioni in cui post-rock, influenze etniche, noise, industrial, ambient e ritmi continuamente sovrapposti si abbracciano per diventare un canto corale, multirazziale. Non è casuale se si parla di popoli in cammino, dell’assenza dei confini in cui ognuno di noi vive in una continua migrazione, come se la nostra patria fosse il susseguirsi delle stagioni e delle nostre emozioni, attraverso quiete e violenza. O al contrario provare un senso di smarrimento proprio di fronte al confine stesso, che muta col tempo, e diventa muro, barriera, chiusura, negazione, Ci troviamo di fronte alla colonna sonora di una moltitudine eternamente in movimento che si trasmuta dal gruppo al singolo, alternando chiasso a solitudine, partecipazione a isolamento. Ma è proprio questo il significato dell’album: la speranza di trovare una terra migliore senza il pericolo di rimanere soli, come se la figura archetipa del migrante fosse circoscritta nel desiderio di conoscenza di altre esistenze e altre lingue per una metafora e una visione completa della vita.
La parola come un battito, la voce come un segno, l’armonia come una visione, il suono come una rivelazione, il ritmo come una forza insieme al rumore, ai gesti, all’estensione della nostra continuità che diventa una narrazione a tutti gli effetti.

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Si forma a questo punto un linguaggio che appartiene all’umanità: un lessico comune, il quale, attraversato dalla musica cerca di plasmare la realtà con una forma tutta sua e al tempo stesso completamente partecipe al bisogno di ognuno come strumento di rigenerazione. Ma se alla fine questo cammino si sposta continuamente in un non-luogo che soltanto l’espressività artistica riesce a comprendere, come possiamo partecipare emotivamente a questa migrazione dell’anima?
Difficile rispondere, l’ira del titolo è probabilmente una reazione al fraintendimento della Storia in senso alto, dove continuamente siamo vissuti nell’antitesi dei suoi veri significati, trasfigurando l’altro come lo straniero che non deve presentarsi alla nostra porta, invece di viverlo come una ricchezza di cultura. Ecco che l’impossibilità di assimilare un sogno universale si trasforma nello spaesamento e nell’inevitabile isolamento dell’individuo in cui solo la vastità del mondo riesce a dare pace. Si giunge di conseguenza a una reazione opposta, nel senso che, cercando di comunicare la mancanza di comunicazione, si rappresentano tutti i livelli di lettura che ci devono essere in un’opera d’arte e come tali si devono differenziare nelle nostre interpretazioni, perché ognuno di noi ha la sua visione e il suo senso dell’estetica. Comunicazione non come funzione di uno scopo (lo dice anche l’autore stesso), ma come un’infinita serie di significati liberi di esprimersi.

Link traccia d’ascolto
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Nonostante l’enormità dell’opera, tutta la sua struttura scivola come un mantra che ci appartiene e che probabilmente abbiamo dentro da sempre come il nostro sangue, come il nostro pensiero. Il lavoro di produzione è notevole, il lavoro di gruppo straordinario. Basta citare i nomi di Bruno Germano, Mariagiulia Degli Amori, Serena Locci, Simona Norato, Francesco Bolognini, Simone Cavina, Amedei Perri: autentici professionisti del settore che hanno arricchito queste tracce in maniera totale. Poi è chiaro, gli echi e i rimandi sono notevoli e abbracciano le ricerche che a suo tempo fecero Peter Gabriel e Robert Wyatt, i Residents e i Neubauten, Ben Frost o Edgar Froese, Klaus Shulze o Holger Czukay, fino a John Coltrane o Piero Angeli, senza contare le influenze che in tutto il Mediterraneo ci hanno arricchito nel corso di questi millenni attraverso epica e trascendenza, poliedricità e filosofia. Anche la poesia ha il suo valore, perché se in Die tutto l’album prendeva ispirazione dalle liriche di Manlio Massole, contadino e minatore, conterraneo di Incani, in cui la donna del protagonista lo vedeva morire in mare dalla riva; in questo Ira è molto presente “La terra desolata” di Thomas Eliot e il “Finnegans Wake” di James Joyce. Tutto questo per rielaborare quella continuità artistica che ha mosso da sempre la creatività di chi vuole esprimersi per un piacere personale, o per lasciare una traccia di se stesso: come ammonimento, o come evoluzione.

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Non possiamo sottrarci a tutto questo e, badate bene, non è un paradosso buttato lì per caso: noi pensiamo di appartenere a un luogo, a un tempo, ma a volte è proprio il luogo stesso a lasciarci andare, come se pensare di portarci nell’infinito ci facesse diventare meno piccoli di fronte alla nostra impossibilità di raggiungere l’eternità. Forse, quando c’incontreremo con il concetto di anima e lo scopriremo totalmente, anche questa musica sarà la nostra musica. La sceglieremo inconsapevolmente come l’interminabile spartito che abbiamo sempre avuto dentro, completando con lei tutto il racconto di noi stessi che non si deve disperdere, dove solo una nota di questa sinfonia sarà un atomo per ricostruirci, per riconoscerci.
Ah! Mi raccomando però, non dimenticatevi di portarvi dentro delle birre: la sete è sempre sete, e un sorso di quella buona non guasta mai, anche nell’aldilà.
Salute ragazzi!

il Barman del Club

20 Comments on “IOSONOUNCANE – Ira

  1. Caldo boia eppure ho passato un’ora meravigliosa ricca di input tra invidia per la tua capacita di affabulatore e vergogna per la mia profonda ignorante. Ne esco arricchita.
    Sagria x tutti😊

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  2. “La parola come un battito, la voce come un segno, l’armonia come una visione, il suono come una rivelazione, il ritmo come una forza insieme al rumore, ai gesti, all’estensione della nostra continuità che diventa una narrazione a tutti gli effetti.” Tutto il post è scritto benissimo, ma qui ti sei proprio superato.

    Piace a 1 persona

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