WovenHand-silver-sash

Spesso sentiamo degli appellativi abbinati agli stili musicali che offrono spazio alla fantasia, anche nella ricerca del nome. Non è casuale che la denominazione “folk apocalittico“, pur nella sua irruenza verbale, esagera un genere convergendolo nelle dinamiche di un retroterra rock sporco, corrosivo, buio, e per certi versi esplosivo; proprio perché un filone solitamente ancorato nella tradizione “voce e chitarra”, si è invece evoluto (o deviato) in territori altri, dove coesistono delle concezioni sonore solitamente appannaggio di fenomeni diversi: vedi per esempio l’industrial, il dark o il metal. Poi è chiaro, quando si esce dagli steccati per evadere oltre qualcosa che si riteneva stantio, probabilmente, un nome andava fatto. Ora, al di là della vostra idea su un certo tipo di espressione, il personaggio che incontreremo oggi è probabilmente quello che si avvicina di più agli spazi vicini a queste divergenze, perché nei suoi testi, l’apocalisse è sempre presente. Il suo nome: David Eugene Edwards, in arte “Wovenhand“, non si è mai fatto mancare niente per annunciare la fine del mondo, o per punire noi peccatori. Per questo, tenetevi pronti…

woven hand cover album

Figlio di un biker perduto nel deserto e di un’indiana d’America, cresciuto da un pastore protestante e dagli adepti di una missione ai margini della civiltà, per lui diventa gioco forza assimilare la spiritualità dei nativi con i testi della Bibbia. Ecco che già l’irruente avventura dei 16 Horsepower, il gruppo che l’ha fatto conoscere ai più, aveva preso delle strade perdute nella polvere di questi territori, ma è la sua esperienza solista che lo ha portato sopra un gradino superiore, continuando con i suoi sermoni un’esperienza unica, sempre a metà fra misticismo e animismo, e nel mezzo il rock, tanto rock, da morirci dentro.

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Giunto ormai al suo dodicesimo album e altri lavori alternativi, questo suo ultimo non si discosta per niente dai suoi precedenti, incasellato dentro al suo stile inconfondibile e altisonante, dove al confessionale emerge sempre dirompente la poderosa alchimia della sua musicalità, viscerale fino a consumare l’anima di chi lo ascolta. In questo caso, il folk allucinato della sua origine, si amplifica fino a debordare da tutte le parti, facendo spazio all’elettricità che una chitarra acustica non può immaginarsi nella sua realtà semplice, perché le sei corde qui prendono voce e urlano, fino a dilaniarsi, fino a consumarsi.
“...Conosci il rito finale / dall’inizio / Dalla prima notte / Conosci il rito finale / Nel bel mezzo della canzone…” I suoi testi echeggiano strazianti litanie ricche di trascendenze indiane sublimate dalla presenza di un dio per niente minore, anzi, la sua vastità permea animali e cose facendole diventare umane, e con lui, dietro di lui, la processione degli eventi trasforma il mondo in una melodia per allontanare i sensi di colpa dell’umanità, mentre un’ombra sinistra è pronta a riportare il buio, combattendo con la luce.

Link traccia d’ascolto

Si vive sempre nell’attesa che arrivi qualcosa di enorme sopra di noi, come una minaccia per cancellare le nostre colpe, nella speranza che un riscatto ci porti fuori dalle fiamme che abbiamo acceso e che inevitabilmente non riusciremo a spegnere.
Fondamentalmente, quello che conta alla fine di questi ascolti è la potenza sonora distruttrice, la quale, riesce a coniugare ballate sulfuree in cui, un folk lacerato e un rock incendiario coesistono fino all’annichilimento. Ogni traccia diventa un gorgo irrefrenabile di riff e basi ritmiche senza un attimo di pausa, giusto il tempo per riprendere fiato prima di lasciarsi trascinare da un altro incedere infuocato. E sono proprio le canzoni che colpiscono, che entrano dentro fino a identificarsi con le tematiche in questione, come se fosse soltanto la musica l’estensione del giudizio universale: la catarsi che si trasformerà in salvezza. 35 minuti vissuti e concentrati in un’esperienza    di sintesi estrema: un lampo, accecante, che si esalta nella sua conturbante esplosione elettrica e si trasforma, continuamente, nell’irrefrenabile voglia di somigliare alle parole deliranti di un profeta apocrifo. In fondo, se l’eternità è un attimo, cosa potremmo dire di fronte a tutto questo?

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Scritto insieme a Chuck French chitarrista della band post-hardcore/emo Planes Mistaken For Stars, tutto l’album è di una perfezione formale sorprendente: non c’è improvvisazione, ma un perfetto equilibrio in ogni registro compositivo, al di là della potenza musicale e verbale. Sembra quasi, non per essere ripetitivo, che gli strali scagliati in ogni i direzione, siano proprio registrati per essere percepiti in ogni latitudine: lanciati come un anatema per avvisare l’umanità. In fondo, se ci fermiamo un attimo a meditare su quello che sta succedendo in questi ultimi anni e in questi ultimi giorni, qualcosa di vero c’è.

wovenhand-photo
le foto sono tutte prese dal web

È una preghiera ancestrale ricca di post-punk e rock’n’roll, folk ed old-time, hard-blues e psychedelia, insieme a una poesia visionaria perennemente presente nelle leggende dei nativi americani. Tutto questo per avvisarci che la follia che ci circonda, prima o poi ricadrà su di noi, come una colpa da espiare, mentre le canzoni che l’accompagneranno faranno da colonna sonora della nostra inquietudine, alla nostra redenzione: “…La Terra suona per sempre / La Terra canta per sempre…
Cari miei, per pentirvi siete sempre in tempo, mentre per ubriacarvi dateci dentro, non si sa mai, almeno, quando arriverà l’apocalisse, lo farete con un po’ di gioia negli occhi.
Salute ragazzi!

il Barman del Club

20 Comments on “Wovenhand – Silver Sash

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